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Da dove inizio?

Storie di fotografie, incontri ed esplorazioni
di Paola Scarlatti

Potrei iniziare dicendo che dopo 30 anni di viaggi e circa 100 paesi visitati, continuo ad essere la persona che non si esprime per assoluti. Se c’è una cosa vera del viaggiare è che si deve essere aperti all’imprevisto e quando sento dare consigli che usano l’imperativo come fossero parte dei 10 comandamenti, allora dubito.

Sono Paola e come tanti amo viaggiare.
Cioè no, scusate, amo conoscere e confrontarmi con luoghi e persone diversi da me. Il viaggio è ciò che mi permette di raggiungere il mio obiettivo.
Quando comincia questa passione? Beh un paio di aneddoti li ho.

Estate del 1969. La TV annuncia l’allunaggio dell’Apollo 11 ed io, bimbetta, corro nel cortile sperando di poter vedere Neil Armstrong balzellare qui e là. Sarà per questo che ancora oggi la luna esercita su di me un fascino irresistibile?

Scuole elementari. Ricordate quando si andava in cartoleria e, tutti eccitati, si sceglievano i quaderni scartandoli uno dietro l’altro finché non si trovava quello che ti piaceva da morire?
I miei furono due: quello a quadretti aveva la foto delle cupole rosse della chiesa di S. Giovanni degli Eremiti a Palermo e quello a righe le Piramidi di Giza.
Curiosità, avventura, ignoto, stupore per le civiltà antiche e amore per l’arte.

L’adolescenza si è nutrita di libri sui misteri delle civiltà sconosciute, leggendo Salgari e l’epopea di Sandokan, i libri di Kipling, il Ramayana, Siddharta e così via. Ho letto tantissimo finché ne ho avuto il tempo. Diventando adulta ho letto meno per mero piacere, ma molto per lavoro.
In questi 30 anni ho visto il mondo cambiare, ho ricordi bellissimi e guardo avanti perché mi aspetto ancora molto.

Il primo viaggio davvero importante fu un tour in Indocina. Già solo riferirsi a Vietnam, Laos e Cambogia come Indocina fa capire quanto sono cambiati i tempi.
Sbarcammo ad Hanoi e partimmo subito per Haiphong. Il pullmino era, diciamo, precario e avevamo caricato tutte le valige sul tetto. Era tardo pomeriggio e dopo un po’ calò il buio più profondo. La strada di terra battuta era piuttosto trafficata: macchine, tuc-tuc, pulmini e biciclette. Un sacco di biciclette: vecchi in bicicletta, padri di famiglia con tutta la famiglia sulla bicicletta, fattorini con il loro carico in bicicletta. Tutti andavano dappertutto come potevano. Noi si guardava attoniti e preoccupati: non c’era illuminazione e ci sembrava sempre di aver schivato qualcuno per un pelo. I finestrini non vedevano l’acqua da tempo e questa scarsa visibilità non faceva che aumentare la nostra ansia. Non volevamo iniziare la nostra avventura con qualche morto sulla coscienza.
Il giorno seguente ci imbarcammo su un sampan per navigare nella baia di Halong, magnifica e misteriosa al tempo stesso. Acque dalle sfumature tra le più varie che vanno dagli azzurri ai verdi, con coni di roccia calcarea ricoperti da una fitta vegetazione che spuntano dalle acque ovunque rendendo il paesaggio fiabesco.

L’avventura ci si presentò immediata al momento dell’imbarco: non scalette, né rampe fisse. Due assi di legno lunghe una decina di metri a collegare la barca con la banchina, senza corrimano ovviamente. I primi passi non erano male, ma arrivati al centro l’asse dichiarava tutta la sua instabilità iniziando a flettersi con quel movimento vagamente elastico che non prometteva benissimo

Non trovando alternative: armati di coraggio ci improvvisammo equilibristi e nessuno finì in acqua.
Dopo il Vietnam ed il Laos, giungemmo infine al sito di Angkor in Cambogia, che all’epoca non aveva strade asfaltate né illuminate e l’unico albergo degno di questo nome era il Sofitel.
Ma quello che accadde a Siem Reap, è un’altra storia.

Ho attraversato molte porte e le chiavi le ho tutte con me.

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