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Che cosa è vero.

Storie di fotografie, incontri ed esplorazioni
di Paola Scarlatti

Quando studiamo una meta la prima cosa che facciamo, oltre a consultare le fonti tradizionali, è quella di tuffarsi nel web in cerca del maggior numero di informazioni possibili. Ma qual è informazione giusta?
Ci sono paesi che sono diventati un culto per diverse generazioni.
Alcuni esempi? Dopo aver passato nottate a studiare i Classici o a fare le versioni, la Grecia è una destinazione da almeno una volta nella vita. Con il dopoguerra e l’arrivo di Hollywood, siamo cresciuti a pane e blockbuster, mito inesauribile sono quindi anche gli Stati Uniti con il Grand Canyon, la Grande Mela e la Route 66 in cima alla lista. Impossibile non conoscerli, impossibile trascurarli.

Negli ultimi anni però c’è una meta che è entrata in modo prepotente nell’immaginario collettivo: il Giappone.
Storicamente chiuso agli stranieri per secoli, entra nei salotti europei dopo la metà del 1800 influenzando artisti del calibro di Van Gogh e nuove correnti artistiche quali il Liberty, tanto per citarne una.
Dopo la chiusura dovuta ai conflitti mondiali, inizia un nuovo periodo di apertura lenta e controllata che sfocia in un vero e proprio boom di presenze negli ultimi 4 anni. Pensate che dopo lo stop dovuto alla pandemia del 2020, il Giappone ha ripreso la sua corsa e nel 2025 ha avuto un incremento di presenze del 17% rispetto all’anno precedente con oltre 42 milioni di visitatori.
Un successo inaspettato che ha generato fenomeni di overtourism nelle principali località tanto da costringere le autorità locali ad iniziative drastiche come l’annullamento del festival dei fiori di ciliegio di Fuji-yoshida lo scorso aprile.

Chi vi si è recato anche solo dieci anni fa, ricorda un paese dove tutte le indicazioni, dai cartelli stradali a quelli negli aeroporti e nelle stazioni, erano solo con ideogrammi, come pure in tutti i siti di interesse storico-culturale (palazzi, templi, musei, ecc.). Trovare qualcuno che parlasse inglese era rarissimo, persino in hotel di fascia alta faticavi a trovare personale che lo parlasse in modo comprensibile.


Anche la scrittura era un problema perché pur comprendendo i caratteri latini faticavano a trascrivere correttamente i nomi e quando dovevo assegnare le camere ai clienti era una situazione tragicomica: non un nome che corrispondesse. Mi sentivo come agli esami di maturità: da un lato lo sguardo indagatore delle persone che, stanche, non vedevano l’ora di ricevere la chiave della propria stanza e dall’altro l’espressione indecifrabile del receptionist che attendeva con il fiato sospeso di vedere il mio volto rilassarsi per essere riuscita nell’impresa.

Oggi viaggiare in Giappone è diventato più facile.
Quasi tutto ciò che riguarda il turismo ha la doppia dicitura rendendo molto più semplice la vita agli stranieri. Le APP di traduttori simultanei hanno di molto semplificato la vita per coloro che viaggiano in solitaria.
L’avvento dei cellulari è stato un incredibile volano per lo scambio delle informazioni, dando l’avvio a professioni che mai avremmo pensato potessero non solo esistere, ma anche proliferare. Il mondo è diventato improvvisamente piccolo e la quantità di notizie a cui si può avere accesso sono praticamente infinite. Ma si deve fare molta attenzione.
Sono certa che tra i vostri conoscenti, amici, figli, nipoti o anche colleghi di lavoro, qualcuno ha sicuramente visitato di recente il Giappone. E sono altrettanto certa che se chiedete informazioni riceverete risposte molto diverse. Senza voler toccare l’argomento economico per il quale bisognerebbe fare un discorso complesso e totalmente a parte.
Ecco quindi che la domanda si pone con forza: a chi dar credito? Qual è l’informazione più corretta su cui basare la propria scelta?
Credo che si possa dire che in realtà non c’è un’unica risposta. Non ce n’è una più vera di un’altra.

Perché quando raccontiamo un paese (che sia il Giappone o un altro) non stiamo dando informazioni necessariamente oggettive, stiamo raccontando uno sguardo su quel paese.
Il nostro sguardo. Ogni volta che visitiamo un paese l’approccio è condizionato da molti fattori. Noi stessi, ad esempio, se visitiamo più volte lo stesso stato ci rendiamo conto di portare a casa un bagaglio diverso ogni volta e che c’è sempre qualche cosa che nell’esperienza precedente ci era sfuggito. Perché?
Le valutazioni che facciamo di un luogo a vent’anni sono diverse da quelle che facciamo a cinquant’anni.
Quindi l’età di chi ci fornisce un’informazione è un fattore importante.
Quando si è giovani si cercano esperienze che anche solo dieci anni dopo nemmeno prenderemmo in considerazione. Siamo disposti a viaggiare su treni notturni per risparmiare, dormire nei capsule hotel perché fa strano ed è una cosa molto caratteristica, ed anche perché tanto non siamo mai in camera.

Un altro elemento che condiziona la nostra esperienza è se viaggiamo soli o in compagnia.
Un’esperienza positiva o negativa dal punto di vista emotivo condiziona la percezione di ciò che visitiamo. Come il meteo: una giornata di sole ci fa percepire un luogo bello ed interessante, mentre la pioggia instilla un senso di tristezza, di perdita.
Infine, se a parlare del paese è una persona che ci ha vissuto per un periodo o ci vive attualmente, va considerato che pur avendo informazioni oggettive aggiornate, potrebbero non essere le uniche. Ci verranno infatti riportate anche informazioni legate all’esperienza personale di chi vive un determinato contesto, ma che non potranno essere assunte a regola generale.
Se si parla della cultura, invece, possiamo viverci anche vent’anni ma non potremo mai veramente cogliere il senso profondo di un gesto o di un comportamento, mentre un locale è in grado di cogliere al volo sfumature e sottintesi in quanto li assorbe fin dalla più tenera età. Ho fatto numerosi viaggi in Giappone.
Sono un’esperta? No.
Lo conosco abbastanza bene? Sì.
Posso dare informazioni corrette, pertinenti e circostanziate? Sì.
Ma questo non significa che altri possano darvi informazioni diverse dalle mie e per questo ritenerle sbagliate. Probabilmente sono vere tutte.

Quindi, come potete orientarvi? Come potete capire a chi dare credito?
In fondo penso che la risposta la conosciate: si tratta di fiducia. Fiducia nel vostro interlocutore, ma anche essere sinceri verso voi stessi ed accettare i vostri limiti dicendo apertamente fino a che punto siete disposti a scendere a compromessi.
La mia prima volta in Giappone mi lasciò la certezza che sarei dovuta tornare.
Era come avere una cipolla tra le mani e averne tolto solo il primo sottilissimo strato.
Quando sentiamo dire che è una cultura molto diversa dalla nostra, profondamente radicata ed in bilico tra passato e futuro, non ci rendiamo veramente conto di cosa significhi. Ripetiamo la frase quasi fosse un mantra senza coglierne davvero il senso. Perché per farlo dovremmo conoscere davvero bene questo paese.
Prepararsi leggendo o guardando alcuni film che sono passati alla storia, aiuta molto.
Ma come sempre quando si viaggia, si devono avere gli occhi bene aperti e soprattutto lasciare a casa la nostra arroganza: non sappiamo sempre tutto e non siamo sempre noi i detentori della verità assoluta. Quelli che hanno l’unica incontrovertibile ricetta di come si vive a questo mondo.

Avevo tante aspettative. Volevo cogliere immediatamente l’essenza del paese. Ero talmente tesa e concentrata a cercare di capire tutto subito, che mi perdevo la metà di ciò che mi circondava.
Lezione numero uno, la prima di tante a seguire.
Atterrata a Tokyo mi confrontai subito con un paradigma: il giapponese raramente dice direttamente no.
Dipende dal contesto ovviamente, ma ad una richiesta, normalmente risponde in modo tale da scoraggiarti a procedere in quella direzione. La stessa parola no in giapponese suona malissimo, oltre ad essere percepita come scortese, è proprio da maleducati pronunciarla. Questo per farvi capire fino a che punto preferiscono non dire no.
Come lo scoprii?
Poiché raggiungemmo Tokyo prima del previsto, chiesi alla guida se potevamo fare un breve giro panoramico prima di raggiungere l’hotel. Lei si confrontò con l’autista e poi iniziò con una sequela di valutazioni circa la nostra stanchezza, che vedeva i clienti sofferenti, che andando subito in hotel ci saremmo potuti rinfrescare e così via.
All’inizio feci le mie obiezioni cercando di farle capire che noi avremmo preferito così. Non esagero se vi dico che ci vollero almeno 15 minuti prima che si affacciasse alla mia mente la lettura che riguardava il no. Quindi le posi la domanda in modo diverso dandole la possibilità di esprimersi liberamente senza risultare offensiva nei nostri confronti e nello stesso tempo rispettando le direttive dell’autista. Dovevate esserci per vedere il sollievo sul suo volto: sembrava le avessi tolto un macigno dal petto.

Tokyo è un agglomerato urbano enorme di oltre 30 milioni di abitanti. Quartieri dalle caratteristiche molto diverse (Asakusa, Ueno, Shinjuku, Ginza) offrono uno spaccato del quotidiano difficile da interpretare di primo acchito.
L’incrocio di Shibuya è l’incrocio pedonale più trafficato al mondo, con stime che difficilmente si possono controllare ma che citano anche oltre un milione di persone al giorno. Lì ho scoperto che si può attraversare anche in diagonale e mi sono portata a casa questo gadget applicandolo all’incrocio vicino al lavoro.
Al museo di Tokyo sono esposti meravigliosi pannelli dipinti, raffinati e suggestivi. Non sarei mai uscita da quella sala: la delicatezza delle rappresentazioni, l’accostamento dei colori, l’effetto di realismo delle raffigurazioni degli aironi piuttosto che delle peonie, lasciava stupefatti. Mentre oggetti quali pettini e spilloni usati per decorare le elaboratissime acconciature delle dame nobili mi trasportavano dentro le scene del film Memorie di una Geisha. Ma ciò che mi colpi di più in assoluto furono un paio di armature che sembravano quelle usate da Ken Watanabe e Hiroyuki Sanada nell’indimenticabile film L’Ultimo Samurai. Vere e proprie opere d’arte per la raffinatezza esecutiva, l’assemblaggio accurato dei diversi elementi, la qualità delle finiture. Tutto doveva tener conto e conciliare esigenze funzionali ma anche, grazie all’elaborato apparato decorativo, lo status sociale di chi le indossava.
Come sono certa molti di voi, trovo interessante e divertente entrare nei supermercati. Così scopro che vendono il saké in piccoli bicchierini trasparenti richiudibili, comodi da bere finché mangi un panino, ad esempio. Che il tè matcha viene usato per qualsiasi tipo di cibo e snack: biscotti ripieni, cioccolatini, gelati e così via. Stravaganti oggetti per l’igiene personale. Insomma scopri articoli stranissimi che non avresti mai pensato fossero utili e ti ritrovi ad acquistarli quali souvenir al posto della già inflazionata calamita.


Se state visitando una qualsiasi città giapponese, troverete sicuramente un quartiere vecchio, dove sulla strada principale affacciano abitazioni private, negozi e ristoranti. Spesso ai lati della strada si trovano dei piccoli canali di scolo dell’acqua piovana (ci sono diversi termini, ma il più usato è mizo) con una pedana che permette l’ingresso alla proprietà. La maggior parte di queste case è costruita in legno e alcune sono particolarmente curate: hanno un piccolo portico abbellito da una seduta, certamente almeno cinque o sei vasi di piante di vario tipo e grandezza. Belle catene in ferro che scendono dalle grondaie fino a terra per permettere all’acqua di scivolarvi sopra andando a cadere negli scoli senza schizzi o dispersioni.
Altro elemento decorativo sono teli in cotone o lino, uno o due al massimo, molto spesso decorati, che hanno la funzione di separare la strada da quello che è considerato l’ingresso. Questo elemento, chiamato noren è presente anche davanti ai negozi e ristoranti tradizionali. Ne comperai uno da regalare alla scuola di shiatsu che frequentavo all’epoca: feci un figurone.

Gli onsen, ovvero i bagni pubblici molto spesso di acqua termale, sono stati una bellissima esperienza.
Eravamo nell’area di Hakone, famosa per le sorgenti termali, e l’hotel dove alloggiavamo aveva una bella area divisa uomini/donne dove le vasche d’acqua erano parte all’interno e parte all’esterno. Le vasche non sono mai molto profonde lasciando la possibilità di immergersi a chiunque, ma la parte esterna era davvero notevole. Sicuramente sapete che negli onsen si entra in costume adamitico, ahimè facciamocene una ragione mi dissi. Abbandonati i primi timidi sentimenti di pudicizia, andai nella vasca esterna dove si trovavano diverse signore. Con fare disinvolto, evitando accuratamente di incrociare lo sguardo di chicchessia, trovai un angolino e mi immersi nella vasca godendomi il momento.
Le età andavano da quelle di una bimba che non superava i 4 anni alla nonna che ne avrà avuti 100. Conversavano sottovoce tranquillamente godendosi i benefici delle acque termali.
Per parte mia trovavo quel luogo incantevole: una tettoia in legno sporgeva dall’edificio proteggendo le vasche, il tutto sembrava inserito come dentro un giardino roccioso con piante sempreverdi a delimitarne i confini.
L’iniziale imbarazzo venne presto sostituito dalla piacevolezza del luogo ed infine, quando uscii, mi diressi verso la stanza dove erano predisposte una decina di postazioni con tanto di sgabello, specchio e luci. A completare la toeletta trovai shampoo e balsamo (rigorosamente di alto marchio locale, non so se avete idea, ma sì dài, quello che inizia con la S) crema viso, crema corpo, pettine, spazzola, asciugacapelli e fazzolettini. Quelli intonsi ordinati ed in bella mostra pronti all’uso e quelli usati riposti in un apposito cestino.

La sera ci godemmo una cena washoku e tutti indossammo lo yukata una veste semplice, di quelle usate per stare in casa in libertà, che a noi sembrava stupenda ma soprattutto ci aiutò ad entrare in uno spirito di allegria. Quanti sfottò: a chi stava largo, a chi corto (io ovviamente) chi non era riuscito ad indossarlo bene, e chi si era talmente calato nella parte da costringere tutti gli altri al saluto con lieve inchino.

Gli hotel hanno camere occidentali e camere in stile tradizionale giapponese.
Se volete provare una vera esperienza, scegliete queste ultime, costano un pochino di più ma ne vale la pena. Sono stanze vuote con un piccolo armadio per riporre l’occorrente per il letto e oggetti personali, un tavolino centrale e degli schienali appoggiati a terra. Il pavimento è costituito da un tatami, strati su strati di paglia. I più preziosi ne contano sette di strati. La sera, prima di coricarvi, avranno preparato il vostro futon, un materasso appoggiato a terra, con lenzuola e cuscino.
Ma la vera sorpresa sarà il bagno. Di questo però non vi dico nulla: la mia è stata un’esperienza sconcertante, direi quasi avventurosa, molto divertente ma soprattutto bagnata.

Il Giappone è tutto questo.
Ma anche molto di più: treni proiettile, cerimonie tradizionali, santuari, shopping sfrenato per le cose più assurde, cosplay, manga, credenze, rituali, rispetto, ed una natura che sembra essere stata pettinata tutte le mattine prima che si alzi il sole.
Non posso dire di conoscere l’animo giapponese ma i viaggi fatti in questi anni mi hanno trasmesso una visione della società molto diversa dalla nostra. Loro crescono pensando alla collettività, noi no.
Le parole vengono pesate attentamente perché uno stesso vocabolo può assumere significati diversi: basta una diversa sfumatura o un sottinteso per cambiare completamente il senso di ciò che si vuole dire.
Un esempio concreto? Nell’ambiente di lavoro non esiste un solo tipo di saluto, ve ne sono svariati: cambiano a seconda del momento della giornata, del ruolo che si ricopre e della persona alla quale ci stiamo rivolgendo, se chi stiamo salutando ha un ruolo superiore al nostro ma nel contempo è un nostro amico o addirittura un parente.
Ricordo che durante una cena la mia guida si trovò in estremo imbarazzo nel volermi far assaggiare una pietanza: era in crisi perché non sapeva se doveva usare il lato dei bastoncini dal quale aveva mangiato e con il quale si passa il cibo a parenti o amici, oppure dal verso opposto riservato alle persone sconosciute o con le quali non si hanno rapporti stretti. Il dubbio amletico era se poteva prendersi la libertà di considerarmi un’amica oppure rischiare di offendermi dandomi della sconosciuta.
Rimasi allibita. E ovviamente la tranquillizzai sul grado della nostra amicizia.

Visitare il Giappone è, come dico spesso, un viaggio etnografico ma proiettato nella modernità.
Sicuramente una meta culturalmente ricca, profonda ed interessante, che mette d’accordo i gusti di tutti.
Devi solo trovare la fonte giusta per te e l’esito è assicurato.
Ho attraversato molte porte e le chiavi le ho tutte con me.

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