Meriden Tours

Parti ora

Calendario
Tempo di lettura

12 minuti

Tornare o non tornare

Storie di fotografie, incontri ed esplorazioni
di Paola Scarlatti

È una domanda che ogni tanto qualcuno mi rivolge. “Ma non ti stanchi di tornare sempre negli stessi luoghi?”
La mia risposta è sempre la stessa: no. Non mi stanco né tantomeno mi annoio.
Ogni viaggio è un mondo a sé e le persone che ti accompagnano fanno la differenza.
Ogni volta torno con un pezzo diverso. Nel tempo vedo mutare situazioni e stili di vita. Vedo città diventare più strutturate, le abitudini della gente evolversi, talvolta in meglio, talvolta no.

La Namibia è uno di quei luoghi dove ci lasci il cuore. Selvaggia quanto basta per avvicinare leoni, elefanti, rinoceronti, ghepardi, ecc. ma dove non ti senti mai “troppo” esposto. Dolce e penetrante perché i suoi tramonti sono di quelli dove il tuo occhio si perde fino all’orizzonte, l’aria scivola sul viso e, se sei in buona compagnia, certamente avrai tra le dita un bicchiere attraverso il quale lasciarti andare alla convivialità e al sorriso dei tuoi ospiti.

Se di primo impatto è palese che non sei a casa tua, è solo giorno dopo giorno che inizi ad apprezzare e ad amare questo paese. Perché è un luogo che sussurra ai tuoi sensi, ti stupisce e ti stordisce.
È sempre soleggiata, la gente è accogliente e ha uno spiccato senso dell’umorismo. Come tutti i luoghi dove le persone vivono in un ambiente selvaggio e sono, per lo più, isolati gli uni dagli altri (nemmeno 3 milioni di abitanti su un territorio oltre 2 volte l’Italia, tanto per dire) ciò che conta davvero non sono le frivolezze, ma le cose essenziali e soprattutto gli sprechi (di cibo in particolare) non sono per nulla ben visti. È pulitissima e non perché sono in pochi, ma perché ci tengono molto: le strade sono pulite, le abitazioni lo sono e, udite udite, hanno persino installato delle toilette a cabina telefonica, con tanto di addetto presente dall’alba al tramonto, in pieno deserto per non rischiare che turisti, presi da malessere improvviso, lascino sporcizia in modo indiscriminato.

L’Etosha N.P. è considerato il parco nazionale più vecchio di tutto il continente africano, in quanto fu dichiarato tale nel 1907. Vasto quasi quanto la Toscana è un luogo dal paesaggio quasi surreale con aree coperte dalla tipica vegetazione sub-sahariana ed altre denominate pan che risultano essere una sorta di depressione umida formata nel sottosuolo principalmente da argilla, mentre affiorano minerali di vario tipo (dolomite, calcite, sali, ecc.). Se si vogliono avvistare animali selvatici, siete nel posto giusto, ed il parco è senz’altro una delle tappe irrinunciabili del viaggio.
Ma non è l’unico. Molte bellissime esperienze le ho fatte anche nelle riserve private alcune delle quali hanno possedimenti molto vasti dove antilopi, kudu, elefanti, leoni, ecc., vivono in un ambiente semi-selvaggio e di norma non gestito dall’uomo ma solo monitorato.
I safari si svolgono prevalentemente il mattino presto e a metà pomeriggio, momenti in cui le attività degli animali sono più intense. Anche se il mattino fa decisamente freddo, tenuto conto che i veicoli sono completamente aperti, è un momento magnifico: il sole va alzandosi e la nebbiolina si dirada.
Tutti gli animali salutano il nuovo giorno, chi andando a riposare dopo una notte di caccia, chi svegliandosi per affrontare fatiche e pericoli quotidiani.

Le antilopi, con movimenti lenti ed incerti, si alzano ed iniziano a sgranchirsi le zampe, si annusano, si strusciano e mangiano l’erba ancora umida di rugiada. Il tutto mentre le più timide antilopi d’acqua vanno cercando foglie di acacia tenere e fresche.
Ma anche il tramonto è un momento indimenticabile: il sole scende lanciando bagliori ovunque e tingendo il cielo rosso fuoco. Ciliegina sulla torta la bellissima usanza di attendere la fine della giornata gustando un buon aperitivo: birretta, gin tonic e biltong (gustosissima carne essiccata) non possono mancare.

Di tutto il suo vasto territorio, per la maggior parte desertico, la Namibia vanta anche un lunghissimo tratto di costa che va dal confine nord con l’Angola fino al confine sud con il Sudafrica. L’Atlantico è un gigante blu con il quale fare i conti tutti i giorni, che incide significativamente sul clima del paese, offre un mare pescoso e affollato di otarie, e se ci andate nel periodo giusto si possono avvistare anche delfini e balene.
La colonia di Cape Cross è croce e delizia di tutti gli operatori del turismo: ci andiamo o non ci andiamo?
È l’unico posto dove si possono vedere contemporaneamente centinaia di migliaia di otarie dormire, mangiare, nuotare, partorire, allattare e morire.
Ma a dirla tutta, proprio per questo, è un posto il cui lezzo, forte e penetrante, si sente a lungo. Oggi sono state costruite delle passerelle in legno che permettono di vedere molto da vicino questi simpatici animali senza disturbarli più di tanto, mentre all’epoca dei miei primi viaggi l’odore era decisamente molto più nauseabondo e non vi erano passerelle.
Tra incisioni rupestri, basalti colonnari, canyon, monoliti di granito e montagne impervie, sicuramente una delle attrazioni più conosciuta ed interessante del paese sono le rosse dune di Sossusvlei.

Le fotografie non riescono a restituirci nella loro magnificenza paesaggi così vasti. Né a farci comprendere il perché alcuni luoghi suscitino un tale ammirato stupore ma, a Sossusvlei, l’imponenza delle dune alte alcune centinaia di metri (Big Daddy 380 mt. circa) ci fa sentire davvero piccoli e non si può non rimanere a bocca aperta davanti alla loro maestosa eleganza ed al continuo mutamento del loro colore a seconda dell’ora della giornata.
Il vento è uno dei principali artefici di questa meraviglia. Il suo soffio ne modella continuamente forme e creste e, a seconda di quanto la temperatura dell’oceano incide sul suo spirare, troviamo dune che sono come catene montuose parallele alla costa, oppure campi irregolari dalla superficie come velluto, a barcana oppure ancora a stella se lì vento è un po’ indeciso.

Negli ultimi vent’anni sono stata più volte in Namibia e, nell’ottica di offrire sempre esperienze nuove, ogni viaggio differiva dal precedente per itinerario e tipologia di servizi.
Ne ricordo uno in particolare. Era il 2008 ed avevamo studiato un percorso che lasciava le piste principali per addentrarsi nel territorio. Per poterci permettere questa libertà dovemmo limitare i pernottamenti nei lodges a favore di quelli in tenda. Ma non pensate a tende piccoline, no, no: erano vere e proprie casette 6×6, con tanto di letti, materassi, lenzuola, coperte, comodino e abatjour. Bagno con doccino annesso, ovvio.
Avevamo concordato il tutto da mesi ma, poiché la loro gestione era impegnativa, non mi aspettavo un tale lusso. Tutti i giorni cambiavamo campo, quindi lo staff doveva montarle e smontarle di volta in volta.
Tutta questa comodità, questo trattamento cinque stelle superlusso, valeva per i clienti naturalmente.

La gestione della mia persona era tutt’altra cosa: una sorpresona.
Oltre alla guida ed allo staff di appoggio, viaggiava con noi anche Mr George, responsabile di tutto ciò che fosse attinente al campo mobile, dei pasti gestiti direttamente al campo e coordinatore dello staff.
George era un signore alto, magro, ma non secco secco, era di corporatura normale. Non era più giovanissimo ed aveva la tipica andatura di chi ormai la fatica degli anni si fa sentire sulla schiena e sulle gambe. Il passo era lento e vagamente strascicato mentre incedeva con movimento caracollante. Aveva l’autorevolezza data dall’esperienza, ed un’autorità che gestiva con buone maniere, il che gli valeva il rispetto da parte di tutti.
Il nostro primo pernottamento in tenda fu nei pressi dei monti del Brandberg. Era stata scelta una zona lontano dalla strada principale, una bella radura con una leggera pendenza che culminava con un piccolo cordone di rocce di arenaria lisce e ben levigate, sembrava un piccolo anfiteatro. Era maggio, l’erba era alta e dorata, quasi argentea in controluce, e stranamente emanava un profumo dolce difficile da descrivere.

I ragazzi avevano già iniziato a montare le tende ed io stavo coordinando lo smistamento dei bagagli e rispondendo a destra e a manca alle mille domande dei clienti. Dopo un po’, quando tutti sembravano impegnati ed assorti a sistemarsi, mi resi conto che mancava una tenda all’appello: la mia.
Andai da George e chiesi notizie. Con un sorriso a mezza bocca, tra l’impacciato e lo speranzoso, si incamminò andando oltre la fila di tende e, un po’ in disparte, mi mostrò la mia reggia: una bellissima nuova fiammante tenda canadese da un posto. Di quelle dove si entra a carponi per intenderci, mica quelle nuove di oggi che ci puoi stare anche in piedi.
Alla vista, considerando che sono piuttosto alta, temetti di dover dormire con i piedi fuori con il rischio che una iena me li rosicasse. Ma quello che mi rese un più perplessa fu un piccolo, direi quasi insignificante dettaglio. Mi sentii quasi una stupida a chiedere: “Ok George, va benissimo. La tenda è perfetta (da collega a collega, mica potevo avere pretese?!?). Però, scusa George, ma io dove faccio la doccia?”
Avreste dovuto vedere il suo volto. Avete presente quando hai ragionato per giorni su un problema e poi improvvisamente hai il colpo di genio? Quando hai trovato una soluzione che ti rende orgoglioso perché ti ci è voluto dell’ingegno e il risultato è venuto così bene che ti dà proprio tanta soddisfazione?
Ecco alla mia domanda il suo volto si rischiarò e si lasciò andare ad un sorriso che era un misto di soddisfazione ed orgoglio.

E, siccome amo le bizzarrie, gli imprevisti ma soprattutto non so resistere davanti alla dolcezza della genuinità, fu alla sua risposta che mi innamorai di quell’uomo.
Tutto contento, anzi, con un certo entusiasmo e soddisfazione per aver risolto nel migliore dei modi, mi disse “Don’t worry Mam. I’ve taken care of it” (che tradotto suonava come “Non ti preoccupare, ho pensato a tutto”).
Iniziò ad incamminarsi lungo il pendio lasciandosi alle spalle il campo. Lo seguii sempre più intrigata e curiosa. Infine arrivammo in un piccolo pianoro fuori dalla vista delle tende.

Lì aveva portato un bidoncino a pompa pieno d’acqua con tanto di asta piantata nel terreno a cui aveva attorcigliato una gomma con manicotto e doccino finale: ecco, potevo finalmente farmi una stupenda doccia. A cielo aperto. Esibendomi alla natura senza timori. Sgranai gli occhi e scoppiai in una risata: beh, cosa c’era di strano, in fondo avevamo speso tutto il pomeriggio a spiegare ai clienti come i sensi degli animali riguardo l’acqua siano acutissimi. I serpenti, giusto per fare un esempio, la “fiutano” a chilometri di distanza. Quindi io mi immaginavo a fare la doccia, avete presente tipo Eva nel giardino dell’Eden, che allungo la mano sopra la testa per afferrare la gomma e mi ritrovo con un mamba tra le mani.
La doccia in quel luogo magico fu l’unico momento della giornata che mi dava una certa ansia, ma George si era talmente impegnato a trovare una soluzione “intima ed appartata” solo per me, sentendosi responsabile del mio benessere, che non me la sentii di mettere in discussione il suo lavoro o, peggio, rifiutare la sua soluzione.

La Namibia ti convince e vorresti tornare perché capisci che ti manca ancora qualche cosa da scoprire. Come il cielo limpidissimo, la Via Lattea, la Croce del Sud e la luna che sembra vegliare sul creato.
Ma della nottata passata a dormire dentro il mio sacco a pelo, all’aperto sotto le stelle, ammirando la volta celeste, vi racconterò in un’altra occasione. E, siccome amo le bizzarrie, gli imprevisti ma soprattutto non so resistere davanti alla dolcezza della genuinità, fu alla sua risposta che mi innamorai di quell’uomo.

Tutto contento, anzi, con un certo entusiasmo e soddisfazione per aver risolto nel migliore dei modi, mi disse “Don’t worry Mam. I’ve taken care of it” (che tradotto suonava come “Non ti preoccupare, ho pensato a tutto”).
Iniziò ad incamminarsi lungo il pendio lasciandosi alle spalle il campo. Lo seguii sempre più intrigata e curiosa. Infine arrivammo in un piccolo pianoro fuori dalla vista delle tende.
Lì aveva portato un bidoncino a pompa pieno d’acqua con tanto di asta piantata nel terreno a cui aveva attorcigliato una gomma con manicotto e doccino finale: ecco, potevo finalmente farmi una stupenda doccia. A cielo aperto. Esibendomi alla natura senza timori. Sgranai gli occhi e scoppiai in una risata: beh, cosa c’era di strano, in fondo avevamo speso tutto il pomeriggio a spiegare ai clienti come i sensi degli animali riguardo l’acqua siano acutissimi. I serpenti, giusto per fare un esempio, la “fiutano” a chilometri di distanza.

Quindi io mi immaginavo a fare la doccia, avete presente tipo Eva nel giardino dell’Eden, che allungo la mano sopra la testa per afferrare la gomma e mi ritrovo con un mamba tra le mani.
La doccia in quel luogo magico fu l’unico momento della giornata che mi dava una certa ansia, ma George si era talmente impegnato a trovare una soluzione “intima ed appartata” solo per me, sentendosi responsabile del mio benessere, che non me la sentii di mettere in discussione il suo lavoro o, peggio, rifiutare la sua soluzione.
La Namibia ti convince e vorresti tornare perché capisci che ti manca ancora qualche cosa da scoprire. Come il cielo limpidissimo, la Via Lattea, la Croce del Sud e la luna che sembra vegliare sul creato.
Ma della nottata passata a dormire dentro il mio sacco a pelo, all’aperto sotto le stelle, ammirando la volta celeste, vi racconterò in un’altra occasione.

Options
Dimensione del testo:
a
a
Stile del testo:
Aa
Aa
Aa
Aa

Sappiamo che il digitale non sostituirà mai il fascino della carta, ma qui puoi personalizzare ogni dettaglio per massimizzare il tuo comfort visivo e goderti ogni pagina in totale relax.